16/02/09

Here We Go Magic





Da Brooklyn, New York - a volte ci chiediamo se potesse essere altrimenti – giunge un’altra sensazione pop, capace di rovesciare le carte in tavola e di creare quella giusta ed inebriante confusione, patrimonio delle grandi raccolte di canzoni. E l’omonimo album di Here We Go Magic cerca - nemmeno troppo dimessamente - di conquistarsi uno spazio nell’eternità, mettendo a fuoco melodie antiche: un ballo ancestrale, sorretto dagli spiriti magici dei sixties e dei seventies, quando la musica veniva davvero vissuta a livello epidermico. Dietro a questo debutto si nasconde la sagoma di Luke Temple, un cantautore per nulla sui generis, che in circa due mesi di assemblaggi casalinghi, ha messo insieme qualcosa come 9 canzoni, lavorando in analogico su un 4 piste. E la cosa impressionante è la profondità ritmica del lavoro, la valenza del groove, che avvolge bellicosamente molti degli episodi di cui sopra. Dopo il vento di novità apportato dai Vampire Weekend, anche Here We Go Magic sembrano respirare il vento d’Africa, attraverso una trasposizione chiaramente bianca. Ecco perché non vi stupirete di ascoltare citazioni libere di capolavori quali "Graceland" (Paul Simon) o "Remain In Light" (Talking Heads) . E come gli altri maestri del neo-indie di Brooklyn, gli Animal Collective, Here We Go Magic attingono anche alla pozione segreta che ha generato tante passioni nell’epopea kraut. Un debutto di quelli destinati a fare rumore, ricco nelle sue armonie, prezioso nei suoi interventi ritmici, la capacità descrittiva di un ragazzo che dalla sua cameretta giunge al resto del mondo, in punta di piedi, senza essere però intimidito dalla storia. Forse perché con queste canzoni sta provvedendo a riscrivire alcune delle più recenti pagine dell’indie rock.

La sua voce da sola è così dannatamente bella…una delle voci più carine della scena indie, m’inchino’ (Ben Gibbard, Death Cab Fo rCutie)

'Le canzoni sono semplici, con delle melodie vicine a Simon & Garfunkel…il suo registro di voce così alto può ricordare un giovane Graham Nash, passato attraverso la lente deformante di Elliott Smith…ha sufficienti capacità da surclassare uno come Conor Oberst’ (Rolling Stone)

Nessun commento: