30/03/10

Torna Ted Leo coi suoi Pharmacists


Ted Leo è un veterano, non certo di guerra, anche se è stato sempre in prima linea per difendere gli interessi del rock indipendente meno devoto ai voleri del pressante pressapochismo generale. E' stato sempre un cantore gentile, fondamentalmente raffinato, tanto che Pitchfork lo ha definito l'ultimo dei grandi intellettuali rock populisti. Partito tutt'altro che in sordina con i micidiali Citizens Arrest, una delle migliori hardcore band newyorkesi della prima metà dei nineties, è alla testa dei Chisel con i quali incide tre dischi praticamente perfetti per etichetta Gern Blandsten a cavallo tra il 1995 ed il 1997. E'proprio in questa fase che inizia ad elaborare una miscela che fa tesoro delle migliori intuizioni mod, spostando il tiro dal post-punk degli esordi ad una wave fortemente affascinata dal northern soul (basti pensare a certi arrangiamenti fiatistici presenti nel loro canto del cigno). Dopo la breve esperienza con i Sin Eaters, mette in piedi una delle sue creature più longeve, ovvero Ted Leo & The Pharmacists. Licenzia album per alcune delle più influenti label americane, passando da Ace Fu a Lookout ed in tempi brevissimi alla mitica Touch & Go. Per il nuovo album "The Brutalist Bricks" - che arriva dopo due anni di silenzio - il gruppo lascia la casa di Chicago per approdare a Matador, altra istituzione dell'indie americano. Mai domo nel supportare il suo idealistico legame alla scena punk, Ted confeziona un imperdibile lavoro che è ebbrezza pop allo stato puro. Presenti le vibrazioni degli esordi ma anche un modo di concepire i pezzi in maniera pressoché classica. Tanto che fare i nomi di Paul Weller, Elvis Costello o addirittura Billy Bragg non è affatto fuori luogo. Un disco ricco di invenzioni, da inizio a fine, serrato, comunque melodico e contagioso. Un album che vi riconcilierà con l'essenziale arte di fare canzoni.

29/03/10

Nuova uscita per i Dead Meadow




Dopo il successo di "Old Growth" pubblicato da Matador, il power-trio di Los Angeles non abbassa certo il tiro studiando nuove soluzioni e canali di diffusione per la sua emblematica ricetta a base di stoner e shoegaze. Adorati sia in ambiti hard-rock che indie, proprio per la capacità di ampliare le dinamiche ed i contenuti del sound che fu dei gloriosi Blue Cheer di Vincebus Eruptum, con "Three Kings" cercano di compiere un autentico salto triplo. Molto strutturata la questione, considerato che il disco oltre a contenere solidi contributi dal vivo, mette in fila cinque brani inediti registrati per l'occasione e baciati dal sempre ottimo lavoro di produzione di due navigati ingegneri del suono come Dave Sciffman e Howie Weinberg. Ancor più concettuale il DVD che accompagna la pubblicazione, non solo la riproposizione di un accorato live show, bensì un film montato all'occorrenza - con relativa colonna sonora - che oltre a utilizzare footage originali mette in fila scene girate dagli stessi membri del gruppo in contesti urbani o addirittura desertici. Un vero e proprio film con temi che si intersecano, puntando spesso il dito su aspetti malevoli della società contemporanea (la corruzione e l'idea di distruzione che pervade tutto il sistema occidentale) offrendo al contempo spiragli per un'eventuale mistica resurrezione. Per certi versi un'esperienza assimilabile al pazzesco pot-pourri di "Space Is The Place" (Sun Ra) od al celeberrimo "Live At Pompei" dei Pink Floyd, strizzando magari l'occhio al delirante capolavoro di Jodorowsky "The Holy Mountain".

Jeremy Jay - Splash



Piccoli talenti crescono. Dopo aver conquistato un buon numero di appassionati con le sue due precedenti pubblicazioni per K Records, Jeremy Jay decide di orchestrare in maniera ancor più efficace il suo pop in punta di piedi, facendo in modo che l’aria sbarazzina dei suoi pezzi acquisisca una valenza più adulta. Splash è il terzo album dell’artista americano e viene licenziato in Europa dalla solerte label francese Differ-Ant. Registrato durante la sua residenza londinese nell’estate del 2009, al culmine del suo lungo tour europeo, il disco segna un’ovvia dipartita stilistica per il nostro. Affrancatosi in qualche misura dal low-fi che ne aveva caratterizzato il debutto, Jeremy fa propri i suoni angolari del post-punk americano ed inglese, strizzando volentieri l’occhio a gente come Sonic Youth e Siouxie & The Banshees, senza dimenticare una sua ossessione adolescenziale: i Pavement.

Un’aria di rinnovamento che ammanta il disco, con chitarre che finalmente graffiano e svolazzi sintetici, che semmai riportano alle stagioni d’oro del meno compromissorio wave sound. E la grana delle canzoni è davvero eccellente, con testi sommessamente nostalgici. Figlio di quegli anni ’80 Jeremy non può certo resistere all’onda lunga di pellicole come i Goonies, Rad, e Time Bandits, che tra l’altro hanno accompagnato in termini di suggestioni il soggiorno inglese di questo giovane californiano. Potremmo affermare - senza il timore di essere smentiti – che Splash è un tipico prodotto indipendente americano di quella stessa stagione, richiamando nella scelta dei suoni le più rinomate produzioni di casa SST ed Homestead.

Accompagnato da Jet Marshall alla chitarra ritmica, Tony Harwood al basso e Jacob Grace alla batteria, il nostro ricama un disco fascinoso, figlio sicuramente di un periodo che tanto ha dato al moderno universo indie.

Raccolta di demos ed inediti di Kris Kristofferson



Una delle figure più controverse del roots americano, spesso semplicisticamente accostato alla grande famiglia country, Kris Kristofferson sin da giovanissimo si mostra interessato alla musica ed alle materie letterarie. Alimentando sempre e comunque la smodata passione per l'alcool. Uno degli episodi emblematici della sua giovinezza artistica è ricollegato al temerario atterraggio con elicottero nel giardino di Johnny Cash, per consegnare brevi mano un nastro da lui stesso realizzato. Subito empatico il rapporto tra i due, tanto che Cash interpreterà la canzone "Sunday Mornin' Comin' Down". Un'entrata trionfale nel circuito country, anche se Kris rimarrà un folk singer dalla spessa emotività, capace di trascendere le consuetudini di generi comunemente intesi. Nel 1969 si fidanza con Janis Joplin, per cui scriverà la canzone "Me And Bobby McGee". Poco dopo con lo stesso Cash, Willie Nelson e Waylon Jennings, darà vita al supergruppo Highwayman. "Please Don't Tell Me How The Story Ends" è un raccolta di demos precedentemente inediti autorizzata dallo stesso Kristofferson e commercializzata con la solita estrema cura da Light In The Attic. Oltre 5 anni nella realizzazione, questo delizioso documento riporta alla luce incisioni comprese tra il 1968 ed il 1972 che pongono le fondamenta del futuro successo internazionale: versioni altrimenti inedite e decisamente più intimiste per delle studio session che assumono oggi un valore enorme, anche nell'analizzare la crescita come songwriter dell'artista texano. Accompagnato da un libretto di 60 pagine con foto inedite ed estese liner notes a cura del giornalista Michael Simmons (Mojo, LA Weekly), il disco si presenta come un'occasione irrinunciabile per approfondire la conoscenza con il grande cantautore. Con interviste circostanziate allo stesso Kristofferson ed interventi puntuali di Merle Haggard e Dennis Hopper il disco è il risultato di un devoto lavoro di assemblaggio. Proprio Dennis Hopper sarà uno dei magnati di Kris, tanto da invitarlo a recitare nel film "Fuga da Hollywood". È l'inizio di una carriera cinematografica che lo porterà a lavorare per registi importanti come Tim Burton e Sam Peckinpah, oltre che in film di grande successo commerciale come la trilogia di "Blade".

26/03/10

T-Model Ford - The Ladies Men



A volte le cose migliori arrivano con la maturità, è così che un incallito bluesman come T-Model Ford vada estensivamente in tour per la prima volta solo nel 2008. E successivamente incida il primo album acustico della sua lungimirante carriera. E' così che nel luglio del 2008, James Lewis Carter Ford – così registrato all’anagrafe - si affaccia ai Planet Paul Studios di Wichita, Kansas.

Il desiderio era quello di registrare unicamente con una chitarra acustica ed avere il 100% del controllo sulla qualità delle incisioni. Nessuno – ovviamente - ha osato mettere il bastone tra le ruote ad un'eminenza dello stile più rurale. L'ingegnere del suono di fatto non si è intromesso, lasciando scorrere il nastro ed imprimendo con naturalezza i passaggi di T-Model. The Ladies Man è dunque il prodotto di una lunga session pomeridiana in quel di Wichita. Alcuni giovani musicisti lo accompagnano in questa ennesima avventura discografica, un concentrato di saggezza e storie di tutti i giorni. Alla veneranda età di 88 anni il nostro recita testi come se attingesse ad un inesauribile repertorio personale, recitando anche la parte dell'indomito bullo /rubacuori.

Non riesce certo a separarsi dalla sua fiaschetta di Jack Daniels, ciononostante assesta un ulteriore colpo alle convinzioni dei più giovani autori, che forse dimenticano come l'esperienza dei padri sia spesso un traguardo ineguagliabile. La prova della sua genuinità è questo disco, conturbante ed ispirato come non mai.

25/03/10

Jon Spencer Blues Explosion - Dirty Shirt Rock'N'Roll

Il pioniere del più lurido blues lancia un’offensiva a partire da questa primavera, mandando in stampa i pezzi pregiati della sua discografia – ben 6 album – da tempo non disponibili sul mercato internazionale. Gli album saranno messi sul mercato italiano attraverso Goodfellas con delle nuove versioni rimasterizzate ed estese con l'aggiuntà di bonus tracks ed inediti.

Sia sul palco che in studio Jon Spencer ed i suoi fidi compagni di ventura – Mr. Judah Bauer e Russell Simins – hanno disintegrato letteralmente le radici della musica americana, ricostruendole secondo una sequenza feroce. Una genetica modificata attraverso il sangue ed il sudore di migliaia di apparizioni live, prima con i temibili Pussy Galore (che dell’iconografia noise sono uno dei punti cardine) poi con i Boss Hog della compagna Cristina Martinez. Il blues in un’accorata declinazione punk diviene quindi l’ancora di salvataggio per l’uomo di New York, che attraverso una straripante carriera ha ridefinito le coordinate di un genere.

Sporcando e destabilizzando le credenziali del delta blues ed amplificando il morboso incedere delle 12 battute, la Blues Explosion ha compiuto un percorso elettrizzante, stabilendo degli autentici record all’interno del circuito alternative. Lo stile della band è divenuto sinonimo di qualcosa di estremamente originale e peccaminoso, incorporando spesso e volentieri la sensualità della black music, non ultime le cadenze di certo hip hop urbano.

Il programma delle ristampe comincia con "Dirty Shirt Rock ’N’ Roll: The First Ten Years" compilation dove troverete 22 tracce che compongono un’attendibile retrospettiva del gruppo, andando a scandagliare tra i momenti più alti dei suoi primi 10 anni di attività. Non mancano inediti ed alternate version, a render ancora più invitante il piatto.
It’s only rock’n’roll but…

TRACKLISTING

01. Chicken Dog
02. Magical Colors
03. Money Rock’N’Roll
04. Love Ain’t On The Run
05. Blues X Man
06. Buscemi
07. Bellbottoms
08. History Of Sex
09. ***k s**t up
10. Leave Me Alone So I Can Rock Again
11. Shake ’Em On Down (Edit)
12. Train #2
13. Water Main
14. Hell
15. Wail (Video Mix)
16. Afro
17. Greyhound
18. Talk About The Blues
19. Flavor (Remix)
20. Feeling Of Love
21. Lap Dance
22. She Said (Single Edit)

Dirty Shirt Rock ’N’ Roll: The First Ten Years esce in Italia il 12 Aprile

23/03/10

Leo Minor: Dicembre a primavera


Nati sul finire del 2007 - in quel di Verbania - dallo scioglimento di due note band della più evoluta scena hardcore italica (i Wood, il cui lavoro di congedo era stato pubblicato dalla piccola istituzione Green Records di Padova, e i C9 usciti per Terzomillennio) i Leo Minor puntano immediatamente sulle caratteristiche taglienti di un approccio rigorosamente strumentale. Incontrandosi a quell'affascinante bivio dove il rock contempla sia l'eterea delicatezza del suono ambient che le brusche ripartenze del metal meno ortodosso, i quattro si allineano immediatamente al sound poderoso di formazioni americane come Isis, Red Sparowes, Pelican e Russian Circle. Registrato nello studio mobile del Locomotore con l'apporto del tecnico del suono Lorenzo Stecconi (Lento) e del fonico Matteo Spinazzè (da diverso tempo accompagnatore live - dietro il banco di regia - degli Zu) "December" è un disco mozzafiato, composto da 4 lunghissimi episodi che ne disegnano i confini estremamente progressivi. Una musica i cui toni sono rigorosamente nineties, con la fascinazione per il post-rock made in Chicago, le impennate degli scozzesi Mogwai ed il wall of sound di taluni pionieri di casa Southern Lord. L'album è un concept ispirato al libro tibetano dei morti ed il suo marziale incedere ne sostiene l'associazione per tutto il percorso. Ultimate le registrazioni il gruppo decide di rinunciare al basso, affiancando al lavoro estenuante delle due chitarre e della batteria l'uso circoscritto di loop. "December" è anche il primo disco in catalogo della esordiente indie Face Like A Frog, destinata a documentare alcune validissime esperienze nei confini del più ardimentoso rock contemporaneo.

22/03/10

Red Sparowes alla fine del mondo



Torna con il suo lavoro più epico ed ambizioso il quintetto americano dei Red Sparowes. Greg Burns - basso, pedal steel - Andy Arahood - chitarra, piano elettrico, sintetizzatore - Bryant Clifford Meyer - chitarra, piano elettrico, sintetizzatore - Emma Ruth Rundle – chitarra – e David Clifford - batteria, percussioni – da anni si sono affermati con un sound che è la summa delle più oscure visioni rock contemporanee. "The Fear Is Excruciating, But Therein Lies The Answer" è l’ennesima cavalcata strumentale sui sentieri del più urticante post-rock, che di brano in brano finisce con l’imparentarsi al goth, al math-rock ed a certe visibili influenze folk apocalittiche. Deviata ed allucinante nei suoi percorsi, la musica del quintetto di Los Angeles ci accoglie in un mefistofelico liquido amniotico. Con soli due album alle spalle, una pletora di singoli e split, oltre a numerosi tour europei ed americani, i nostri hanno stabilito un assoluto controllo sul più decadente universo post-core. La loro leadership si impone nuovamente con questo terzo album, che vuole essere un commento sonoro alla fine del mondo. Proprio l’assenza dei testi e dell’impianto vocale suggerisce un parallelismo con le composizioni più sinfoniche destinate al grande schermo. Ma è evidente che la loro musica viaggi autonomamente, senza il supporto alcuno delle immagini, tanta è la profondità del suono. A voler dare un'interpretazione ancor più affascinante della loro musica, si potrebbe pensare ai Red Sparowes come alla risposta vibrante e metallica al sound Americana, tanta l’enfasi con cui i nostri si proiettano tra le pieghe di "The Fear is Excruciating, But Therein Lies the Answer." Ogni singola composizione contiene segni evidenti di una calibrata ricerca armonica, dove i temi centrali si alternano a riffs mozzafiato, un continuo saliscendi emotivo. Meglio di loro negli ultimi anni avevano fatto solo gli Earth. Welcome to darkness.

19/03/10

"Ghisola": esce ad aprile il nuovo incantevole album di Luca Faggella


Artista a tutto tondo Luca Faggella – origini livornesi ed attuale domicilio romano – ha contemplato in carriera il ruolo di attore, chansonnier e compositore. Esperienze intimamente legate ad un sentire che lo avvicina ai classici contemporanei, letterari e filosofici. Le sue performance hanno lasciato un segno importante all’interno di rinomate rassegne come il Premio Ciampi, Jazz & Image, il Klezmer Festival di Ancona, Roma incontra il Mondo (l’happening estivo che si tiene a Villa Ada), Jazz In Sardegna. Nel 2002 con l'album "Tredici Canti" vince il Premio Tenco come miglior autore emergente. Nel 2009 partecipa al XV Festival Ferrè e riceve l’omonima targa, dedicata quest'anno a Jacques Brel. A teatro ha interpretato il ruolo di Nagg nella piece di Samuel Beckett a titolo Endgame, King Venceslaus nell’ Ubu Roi di Alfred Jarry ed il Mago nella Library of Babel di Borges, spettacoli diretti tutti da Michelangelo Ricci. E’ ancora vocalist (basso-baritono) nei panni di Jimmy all’interno di Mahagonny songspiel - diretto da M. Agostini - del 1998. E’ stato anche alter-ego per lo scrittore italiano Luciano Bianciardi sotto la guida del regista Massimo Luconi. Nel 2003 si esibisce in Musica Per Le Montagne di Giovanni Guaccero al Museo di Arte Contemporanea di Roma MACRO. Nel 2004 canta ed arrangia brani di Jacques Brel nello spettacolo HIVA OA, avvicinandosi così ad uno dei suoi maestri di vita, un’artista che ne ha profondamente influenzato la poetica e la visione d’insieme. Detto di queste esperienze e dell’album dal vivo "Questa Notte Suona Forte, Tutto Bene!" del 2007, è facile intuire come la trasversalità di Faggella sia un fattore determinante nella realizzazione dei suoi progetti. Ogni sua uscita si arricchisce dunque di nuovi tasselli ed esperienze consumate ‘in diretta’. Prodotto da Giorgio Baldi – collaboratore dai tempi del suo esordio di Max Gazzè ed estemporaneo musicista nella band di Stan Ridgway – e dallo stesso Faggella, "Ghisola" arriva a cinque anni dall’ultimo vero e proprio lavoro da studio "Fetish"(Rockatta/Storie di note, 2004). Il titolo, nel dettaglio, fa riferimento alla protagonista del romanzo di Federigo Tozzi "Con gli occhi chiusi". Pubblicato da Goodfellas, il disco mette in fila 12 tracce che sono la summa del pensiero dell’autore. Luca è un crooner per definizione, in questo suo nuovo cimento sembrano concretizzarsi le anime di due figure eccelse come Scott Walker e Fausto Rossi. La voce è così lo strumento determinante e gli arrangiamenti di contorno vivono di una musicalità essenziale ed elegante. Aldilà dell’opera solenne dei presunti padri spirituali, ci sono anche una bella ripresa di "St Elmo's Fire" di Brian Eno ed una versione puntualmente rivista di "Minnush" (da Tredici Canti, momento in cui ha incrociato il suo flusso creativo a quello degli Assalti Frontali), ad ampliare lo spettro emotivo e contenutistico dell’album, già da ora si staglia come una delle più originali e raffinate pubblicazioni in ambito cantautorale del 2010.

Martedi 23 marzo va in onda “Radio33”, il Vinile Day di Radio3 Rai. Goodfellas c'è.

Martedi 23 marzo va in onda “Radio33”, il Vinile Day di Radio3 Rai.

Per tutta la giornata, dalla mattina alle 6.00 fino alle 2.00 di notte, i giradischi saranno in azione nelle regie degli studi K1 e K2 di Radio3, con la cara puntina che scende, piano ma non troppo, sui solchi dei migliori dischi di classica, jazz, rock, lounge, discomusic, elettronica e con una galleria di immagini delle copertine di dischi inviate dagli ascoltatori all’indirizzo radio3web@rai.it e pubblicate sul sito di Radio3.

Nella colonna sonora di Radio33 si alterneranno rarita’ e album nuovi di zecca, inseguendo il culto del vinile in tutte le sue declinazioni. Radio33 trasmettera’ la musica tratta da storici picture disc (vinili illustrati), e da altri album con un packaging bizzarro come Thick as a Brick dei Jethro Tull (uscito nel 1972 con la copertina “sfogliabile”, stampata a piu’ pagine come un giornale quotidiano), o, ancora, rarità come Lounge Music, un 7 pollici di musiche (mai digitalizzate) composte da Ennio Morricone per le colonne sonore di alcuni B Movies usciti tra il 1969 e il 1970.

Dalle rarita’ alle nuove edizioni o riedizioni: in “Primo Movimento” (ore 9.30) saranno come sempre presentate in anteprima le novita’ discografiche, per l’occasione tutte in vinile; tra queste, anche Intermezzi d’Opera, celebre registrazione del 1968 della Deutsch Grammophon con Herbert von Karajan alla guida dei Berliner Philharmoniker appena ristampato, per l’appunto in vinile.

Del vinile poi conosceremo anche tutti gli aspetti tecnico-scientifici (la riproduzione, il suono) in “Radio3 Scienza” (ore 11.00) che mandera’ in onda un ascolto dal vinile di Laurie Spiegel inviato nello spazio sul Voyager II nel 1977, mentre nel programma di informazione sugli esteri “Radio3 Mondo” (ore 11.30) ci sara’ l’India musicale raccontata da Shankar e Bill Lovelady in una delle primissime compilation world per il festival Womad di Peter Gabriel e mai ripubblicata in cd.

“La Barcaccia” (ore 13.00), il varieta’ operistico di Radio3, non e’ certamente nuova all’uso del vinile in trasmissione, a cominciare dalla sigla del programma con tanto di tipico fruscio. Il 23 marzo, comunque, puntata dedicata all’ascolto “barcacciano” analogico e al variopinto materiale iconografico dei cofanetti d’opera usciti tra gli anni ’50 e gli anni ’70.

A dispetto dei prevedibili luoghi comuni, il vinile sembra essere una navetta temporale che si rilancia dal passato al futuro: nella scaletta musicale di “Alza il volume” (ore 14.30) ci sono allora anche gli inediti del gruppo milanese Calibro 35 (con brani registrati nel corso del recente tour statunitense che saranno pubblicati solo nell’ottobre 2010 e solo in vinile), oppure curiosi percorsi “al contrario” di alcuni album che sono usciti prima nel supporto cd e ora, sull’onda della riscoperta del vinile, stanno per essere ristampati anche nel vecchio formato: tra questi In Rainbows dei Radiohead. Tra le storie alcune sono legate al vinile come quelle degli “instant vynil” (45 giri che vengono ancora stampati all’istante in Giamaica). In particolare, tutta la puntata sara’ dedicata proprio alla scomparsa e ricomparsa del vinile, dalla crisi degli anni ’80 dovuta alla nascita del compact disc fino alle predilezioni, tutte contemporanee, dei DJ nei club di oggi. Per il Glossario Sonoro Nicola Conte sul vinile.

Ci sono poi i libri, tanti libri dedicati al vinile, o che addirittura vengono pubblicati con un gadget vinilico: e’ il caso di La felicita’ costa un gettone, storia illustrata del primo rock’n’roll italiano di Tiziano Tarli (Arcana) la cui copertina contiene un disco compilation; se ne parlera’ in “Fahrenheit”, alle ore 16.00.

“Sei Gradi” (ore 18.00), il programma ispirato alla teoria dei sei gradi di separazione, e che in sole sei mosse riesce a riunire musiche e musicisti inusitatamente lontani, proporra’ un percorso in vinile da Morricone ai Jethro Tull passando per John Fahey e Mina.

“Hollywood Party” (ore 19.00) dedicherà la trasmissione di martedì 23 marzo al vinile raccontato dal cinema, in particolare i Juke-box. Si parlerà di film come Le stagioni del nostro amore di Florestano Vancini con Enrico Maria Salerno, Io la conoscevo bene di Antonio Pietrangeli con Stefania Sandrelli e molti altri film nei quali attraverso il juke box si sviluppano situazioni narrative inedite. Il programma, curato da Silvia Toso, è condotto da Steve Della Casa in coppia con il press-agent Enrico Lucherini.

Nonostante la grande opera di digitalizzazione di molti master dei piu’ grandi interpreti della musica classica, alcuni capiscuola sono ancora disponibili soltanto in vinile: e’ il caso ad esempio della pianista e clavicembalista Wanda Landowska, della quale “Radio3 Suite” (ore 20.00) trasmettera’ alcune impareggiabili esecuzioni di composizioni per tastiera di Franz Josef Haydn tratte da due registrazioni storiche presenti nell’archivio discografico della Rai. Nel corso del programma, un reportage dall’importante mostra a Parigi “Vinyl”, un’inedita “Autopsia del vinile” effettuata in diretta dallo storico dei materiali Vittorio Marchis, e riflessioni e incursioni sonore di tre dj in collegamento dalla Sala A: una sorta di “Ritorno al vinile” messo in scena da Okapi, Teho Teardo e Roberto Corsi.

La notte di “Battiti” (ore 00.10) infine concluderà la giornata, programmando non solo una serie di materiali pubblicati solo in vinile, ma suggerendo anche una sorta di storia ragionata dell’utilizzo di dischi e giradischi come strumenti per produrre musica, a partire dai primi esperimenti dell’artista fluxus Milan Knizak fino ai recenti sviluppi operati da manipolatori del calibro di Christian Marclay, Otomo Yoshihide, Janek Schaefer.

Non e’ solo il fascino del passato che ci spinge a dedicare un’intera giornata al vinile - fascino cui comunque e’ difficile resistere in un luogo come la Rai, che conserva nei suoi archivi tutto il meglio della produzione discografica nazionale e non. E non e’ nemmeno una concessione alle mode - benche’ sia sia comunque un segnale significativo il fatto che persino le tendenze del nostro tempo, sempre cosi’ prone al prodotto tecnologicamente piu aggiornato, abbiano riscoperto il disco in vinile. A spingerci a proporre per un’intera giornata la musica su vinile - che vuol dire non solo riaprire stanze, scatole, archivi da tempo chiusi, ma anche riattivare strumenti di riproduzione da tempo impolverati, oliare giradischi e affilare puntine - e’ qualcosa di diverso: e’ mostrare che la parola Suono si declina sempre al plurale a Radio3, e dunque non solo le musiche e le parole vorremmo fossero sempre diverse e plurali, ma anche i modi e le tecniche per produrle e ascoltarle. I tecnici, gli esperti e - ma si, chiamiamoli cosi’ - i “fissati” ci parlano in questi giorni della rotondita’, del calore, dell’alta fedelta’ della musica in vinile: la ascolteremo e verificheremo. Quello che ci interessa e’ mostrare che nella storia delle arti, compresa quella musicale, il presente non annulla mai il passato, ma se ne appropria e puo’ valorizzarlo meglio.
Il Vinile Day significa non solo scoprire e riscoprire artisti, gruppi e tendenze musicali (cioe’ il suono di un’epoca) ma qualcosa di piu’ ampio, forse un’epoca del suono.

Marino Sinibaldi - Direttore Radio3

18/03/10

Sleepy Sun, il nuovo disco in uscita a metà maggio


Dopo aver dissipato floreali umori psichedelici tra l’originaria West Coast ed il resto d’America, gli Sleepy Sun hanno conquistato a spron battuto anche il vecchio continente, con tappe fondamentali nei maggiori festival europei ed un corollario di live sempre seguitissimi. Un buco nero che ci riporta indietro all’ennesimo remake della summer of love con protagonisti doc che hanno eletto la baia californiana a centro nevralgico delle loro operazioni. Prima l’abbraccio, poi la febbre, eventi che segnano profondamente l’evoluzione degli Sleepy Sun sin da titolo dei loro dischi. In principio "Embrace" ad ammaliare, poi "Fever" – ancora sotto l’egida di ATP – per spargere a piene mani la loro miscela deragliante di soul music in salsa garage. Tra riff di hard-psichedelia, insolite nomenclature blues e melodie eteree, si consuma un nuovo party all’insegna della mescalina, dove i sensi ballano ed i corpi si attorcigliano in una pulsante danza alla fine del mondo. Immaginazione in pillole, viaggi sintetici sul morbido mare percussivo, effetti strobo per quelle chitarre che si insinuano sottopelle, come la buona medicina. Ancora più focalizzata la scrittura per nove brani che sono lisergiche vedute d’annata, poco in linea col chiasso urbano, molto prossime al manifesto ideale dell’eremita moderno. La febbre cova nelle armonie dolci e negli urli improvvisi della coppia di cantanti Bret Constantino e Rachel Williams, nella doppia sei corde di Matt Holliman e Even Reiss – i cui ubriacanti giri concentrici farciscono il disco intero – e nel tumultuoso incedere della ritmica composta da Brian Tice e Jack Allen, rispettivamente batteria e basso. Un hard-working band che si è sciroppata le aperture – in alcuni casi surclassando l’attrazione principale - per Arctic Monkey, Autolux e Mudhoney; che ha scritto una propria versione del classico west coast di Graham Nash ‘Chicago’ per una compilation/tributo che ne celebra il mito. Ed ancora la collaborazione a sorpresa con Mr.Lavelle ed i suoi U.N.K.L.E., che per il nuovo disco incamerano la spinta di questi rampanti acid-rockers californiani. Pronti a prendere ‘the world by storm’ i sei apostoli del più peccaminoso white noise sono qui ad offrirci un’afrodisiaca e sconvolgente pietanza. Onirico rock.

16/03/10

Mike Patton - Mondo Cane

Ossessionato da tempo immemore dalla canzone italiana - ricordiamo Violenza Domestica, il cui macabro racconto faceva decorso all'interno di Disco Volante, secondo album dei Mr.Bungle - Mike Patton riesce a dare forma al suo recondito desiderio di crooner, abbracciando un repertorio di tutto rispetto e giocando con fini orchestrazioni. Un accenno di quello che sarebbe potuto accadere, avemmo modo di ascoltarlo direttamente dal vivo, quando coi suoi Mr.Bungle si cimentava in una impertinente rivisitazione di 24.000 Baci del super-molleggiato Adriano Celentano.

Mondo Cane - con tutta la dietrologia che si può fare sull'omonimo documentario diretto da Paolo Cavara, Gualtiero Jacopetti e Franco E. Prosperi - è un vero e proprio tripudio easy listening, con Patton leader di una big band costituita fondamentalmente da grandi - e sottolineiamo grandi - musicisti italiani. Dalla tromba di Roy Paci alla chitarra di Alessandro 'Asso' Stefana (chitarra solista per Vinicio Capossela e di recente anche al timone dei favolosi Guano Padano).

Il disco - che esce puntualmente per la personale Ipecac - non lesina certo numeri di alta scuola, presentando in scaletta autentici evergreen della tradizione tricolore: da Il Cielo In Una Stanza (scritto da Gino Paoli ed arrangiato originariamente da Tony De Vita) con a cuore l'interpretazione della divina Mina a l'Uomo Che Non Sapeva Amare (Nico Fidenco) passando per Senza Fine (ancora Gino Paoli) e Quello che conta (Salce/ Morricone), interpretata nel film La Cuccagna da un indimenticabile Luigi Tenco. 11 tracce riviste con gusto ed eleganza da uno degli artisti internazionali più completi ed imprevedibili che l'universo pop abbia mai immaginato.

Registrato durante una serie di selezionate apparizioni dal vivo in alcune località europee - compresa la pittoresca uscita in piazza delle Terme a Salsomaggiore (Parma) - il disco (debitamente post-prodotto in studio) si avvale di un'orchestra composta da 30 elementi, capace di elaborare divinamente il materiale originale. Di spicco anche la ripresa di Deep Down a firma Ennio Morricone (direttamente dalla colonna sonora del cult-movie Diabolik!), potenziata dall'intervento magistrale degli orchestrali. Dopo la pubblicazione dell'album è sulla rampa di lancio anche un dvd con la memorabile performance al Paradiso di Amsterdam.

Mike, che sarà nuovamente in tour con i Faith No More nei mesi a venire, ci sorprende per l'ennesima volta sciorinando una prova superlativa. E' proprio il caso di dirlo: un disco per l'estate!

La tracklist:

Il cielo in una stanza (Paoli/ Mina)
Che notte! (Buscaglione/ Chiosso)
Ore d'amore (Bongusto/ Migliacci/ Sigman/ Kaempfert)
20 km al giorno (Arigliano/ Massara/ Mogol)
Quello che conta (Salce/ Morricone)
Urlo negro (Blackmen)
Deep down (Morricone)
Scalinatella (Murolo/ Bonagura/ Cioffi)
L'uomo che non sapeva amare (Fidenco/ Pallavicini/ Mogol)
Ti offro da bere (Morandi/ Meccia)
Senza fine (Vanoni/ Gragnaniello)

Mondo Cane uscirà in Italia il 3 Maggio 2010



15/03/10

Daniel Johnston - The Story Of An Artist

Un personaggio che è già leggenda, ritratto dell’America più off, turbata dai suoi stessi scheletri nell’armadio. Un cantore moderno del dissenso non tanto politico, quanto esistenziale. La sua parabola è nota ai più, anni ed anni trascorsi nel più rigido ritiro casalingo, ben distante dalle tentazioni del mondo moderno, come un adolescente che testardamente rimane legato ai suoi (tanti) vizi ed alle sue (poche) virtù. Ma l’artista ha segnato un’epoca del pop in bassa fedeltà, è stato antesignano di tante correnti da lì in divenire, ed è l’immagine di un uomo che mai si svenderà, perso nel suo universo parallelo animato da benevoli mostri e canzoncine apparentemente innocue.
Il musicista ed il pittore amatoriale si incontrano, come spesso è accaduto nel corso della sua trentennale carriera, in questa deliziosa antologia assemblata dall’ispanica Munster Records.
Di cosa si tratta? Dei suoi favolosi album su cassetta, registrati in piena solitudine e nel ritiro spirituale di 4 mura domestiche, agli albori degli anni ’80. Sei nastri che secondo metodologie assolutamente carbonare hanno finito per conquistare l’universo indie, facendo di Daniel Johnston un’insolita star venerata da figure enormi come Tom Waits, Beck, Matt Groening (il fumettista dei Simpson), Johnny Depp, Eddie Vedder ed il compianto Kurt Cobain.
Totalmente rimasterizzati i nastri originali si presentano in tutto il loro infantile fascino, regalandoci un giovane già turbato ma totalmente immerso nella sua visione artistica. Assieme alla musica altrettanto prezioso è il booklet di 64 pagine che accompagna l’intero cofanetto – disponibile in due versioni: box set con 6 lp o in alternativa 6 cd – in un trionfo illustrativo che non ha pari. Ci sono gli artwork originali di Daniel ed altri suoi disegni non meno memorabili, assieme alle esaustive note redatte da Everett True (giornalista inglese che ha prestato la sua penna a numerosi magazine internazionali).

Il box-set “The Story Of An Artist” esce in Europa il 26 Aprile

Daniel Johnston in Italia:
10 maggio - Milano / Teatro Ciak
12 maggio - Roma / Auditorium Parco Della Musica


12/03/10

Madlib in Africa!



Inarrestabile Madlib! Come annunciato, le sue nuove uscite a cadenza mensile avranno un soggetto preciso di volta in volta. Il suo Medicine Show dopo la comparsata di Guilty Simpson ed il ritorno alle sonorità carioca del secondo volume, fa naturalmente tappa in Africa, laddove è iniziato tutto. Il terzo volume del Medicine Show è da leggersi anche come la quarta installazione della collana Beat Konducta, altra serie che ha foraggiato le doti di eccelso ricercatore passatista dello stesso Madlib. Scandagliando tra il solito innumerevole quantitativo di vinili – dimostrazione che il collezionismo è una scienza (quasi) esatta - ci sono 40 strumentali hip-hop che vanno a costituire una mixtape imperdibile che lascia fuori le ovvietà del caso, concentrandosi su campioni originali di musicisti provenienti da Zambia, Nigeria, Etiopia, Ghana, Botswana e Costa D’avorio. Non solo afro-beat, tra i solchi di queste autentiche rarità troverete anche gemme garage, prog-rock, funk e psych, segno della grande varietà delle fonti cui si attinge. In attesa dell’annunciato viaggio artistico in Jamaica – per il successivo capitolo di questa straripante saga – non resta che perdersi tra i solchi di questo eclatante assemblaggio.

Scarica due tracce da Beat Konduct In Africa:
Madlib - The Frontline (Liberation)
Madlib - African Voodoo Queen (Drama)

Mixtapes and Cellmates



Matilda Berggren – basso - Johan Fagerberg – synth - Robert Svensson – voce/chitarra - Henning Runolf – chitarra – e Viktor Källgren – batteria – costituiscono il quintetto svedese Mixtapes & Cellmates. Sono la nuova speranza per quello che riguarda la rinascita del cosiddetto movimento shoegaze, un bene comune per l’intera scena europea, considerata la misura del loro songwriting ed il passaparola che da diversi anni si è messo in moto rispetto a questa energica formazione. Il nuovo album li rende di nuovo protagonisti del proprio destino, vicini ad un prematuro scioglimento nel 2008, i nostri allo scampato pericolo rispondono con un disco che rinnova l’interesse nei confronti della musica inglese, lasciandosi volutamente alle spalle le movenze pseudo-elettroniche che ne avevano caratterizzato i passi più recenti. Proprio con l’ingresso del batterista Viktor Källgren le cose sembrano assumere un’altra forma: i ritmi sono prepotenti nella misura in cui lo sono le chitarre, cariche di riverberi e fuzz quando necessario, inseguendo perennemente la stella dell’immenso Kevin Shields. Ma le nuove dinamiche incappano spesso in un pop dai toni sognanti, in prese psichedeliche d’altri tempi e governati omaggi alla new wave di artisti come Echo & The Bunnymen od ai nomi più à la page del catalogo 4AD e Creation. "ROX" è stato integralmente registrato dal vivo in studio, cinque giorni presso il prestigioso Gröndal (già base operativa per The Bearquartet, The Hives e Fireside) per un risultato a tratti stupefacenti. Forse un taglio deciso con il recente passato, ma necessario per riscoprire un’identità a loro più cara. Rinnovando il sodalizio con la etichetta sorella di One Little Indian la Tangled Up! (il loro debutto discografico è del 2007) il gruppo con una rinnovata scia musicale vola con leggerezza nell’elettricità di melodie lisergiche, capaci di arrestare il tempo.

09/03/10

Tornano in Italia Thee Silver Mt.Zion Memorial Orchestra

I Built Myself A Metal Bird - Thee Silver Mt. Zion from Constellation Records on Vimeo.


A breve in Italia la formazione canadese capitanata dall’ex-Godspeed You Black Emperor Efrim Menuck, autrice di uno dei più romantici lavori in ambito avant-rock di questo scorcio di stagione.
Questo è quello che la stampa italiano ha scritto dell’ultimo Kollaps Tradixionales:

…questo sesto lavoro di Efrim Menuck e soci e’ uno dei loro più riusciti di sempre. Lunghe composizioni di post rock e psichedelia cinematica che rispettano la forma canzone diluendola in movimenti orchestrali fatti di quiete, tensioni estenuanti e aperture a confusioni celesti. Punk e tradizione, dolore e speranza. ancora grazie (Rolling Stone marzo, 4 stelle)

Funzionano a dovere gli intrecci armonici, lasciati maturare con calma nelle trame dilatate; ne emerge una densa ondata malinconica, in cui la voce sgraziata di Menuck sottolinea i tratti più drammatici con rara incisività. Nei toni apocalittici della title-track (Bury 3 Dynamos) che esplodono nel chorus in un mantra ipnotico, nell’ inconsueta leggerezza della brevissima For Darling fino alla classicità rock che si respira nell’epica I Built Myself A Metal Bird, si agitano emozioni che toccano nel profondo, a cui e’ difficile restare indifferenti (Rockerilla febbraio/marzo, voto 8)

Un po’ di musica da camera , rock d’avanguardia, qualche attitudine al punk e una spruzzata di psichedelia blues sono il tappeto sonoro che costituisce l’ossatura di questo disco, inattuale e fuori dalle logiche commerciali (Xl Repubblica marzo)

Quel che e’ certo e’ che queste sette canzoni di lunghezza variabile e diffusa intensità rappresentano pienamente le potenzialità di un ensemble di musicisti che continua a iniettare in ogni sua dichiarazione (musicale, testuale, poetica, programmatica, visuale) il massimo quantitativo possibile di autenticità e onestà intellettuale. (disco del mese Mucchio febbraio, 4 stelle)

I recenti cambi di formazione sembrano aver prodotto il solo effetto di spingere Efrim Menuck a dedicarsi maggiormente alla sua chitarra (rimasta l’unica) e soprattutto al cantato che qui raggiunge inedite vette di tensione drammatica. Giganti (Rumore, febbraio voto 8)

Raccogliendo la propria poetica in un solido gheriglio la si e’ resa più vibrante, nel frattempo mostrando che le cose sono cambiate. E’ una nuova pelle, un’altra identità che della precedente trattiene lo spirito. Per questo scintilla più che mai. (Sentire Ascoltare febbraio, voto 7,3)

Le date italiane
06/04 Padova - Unwound
07/04 Roma - Circolo degli Artisti
08/04 Bologna - Locomotiv
09/04 Torino - Spazio 211
10/04 Arezzo - Karemaski
11/04 Varese - Twiggy

Toro Y Moi - Causers Of This

Lo chiamano glo-fi, ma perdersi nell’ennesima definizione di nicchia offerta dalla stampa specializzata statunitense poco ci aiuta. E allora facciamo ordine tra le luminescenti idee – comunque in bassa fedeltà, quello sì – del giovane Toro Y Moi, già sulla rampa di lancio per Carpark con un solenne debutto, che è pieno di spezie elettroniche e wave propriamente anni ’80. Giovanissimo – 23 anni – il meticcio Chaz Bundick (madre filippina e padre afro-americano) arriva direttamente da Columbia, Sud Carolina, luogo di nascita e attuale residenza. Dopo un diploma presso il locale college come graphic designer, Chaz decide con l’esotica sigla di abbracciare l’universo musicale, costi quel che costi.
Con metodologie ispirate ai più inusitati cut up della musica pop – una linea di demarcazione che scompare tra hip-hop ed elettronica casalinga - Chaz mostra una continua progressione stilistica, fortificata dai suoi numerosi ascolti in vinile. La collezione dei genitori (comprensiva anche di quelle musicassette oggi tornate così prepotentemente di moda) è in qualche modo il solco su cui si forma il suo background musicale, anche se l’ammirazione è tutta per ‘eroi’ quotidiani come Animal Collective, Sonic Youth, J Dilla e Daft Punk. Cresciuto quasi per routine in una hardcore/punk band ai tempi della high school, Chaz vive oggi unicamente per il suo progetto solista.

Un distillato di serena attitudine do it yourself in cui si gioca magicamente con nenie freak-folk, frizzanti aperture R&B e addirittura tocchi French House.

Già prontamente segnalato da Pitchfork e dal britannico NME come uno dei fenomeni cui prestare attenzione di questo inizio decennio. La stoffa c’è tutta.

Toro Y Moi- Talamak from bryan bush on Vimeo.




Dreadzone: un nuovo disco ad Aprile



Dalle ceneri di gloriose formazioni britanniche come Big Audio Dynamite – la stellare band di Don Letts e Mick Jones dei Clash - e dal satellite Screaming Target, arrivano i membri fondatori Greg Dread, l’originale maestro del basso Leo Williams, l’inconfondibile MC Spee, il leggendario vocalist reggae Earl 16 accompagnati da Chris Compton (chitarra) e Chris Oldfield (a bordo per quello che riguarda la produzione esecutiva). La storia dei Dreadzone conosce il primo acuto con la pubblicazione di 360 per la Creation di Alan McGee; con il successivo album del 1995 - "Second Light" - il gruppo realizza quello che ad oggi è considerato un album seminale nel circuito crossover reggae. Tanto che il supporto del leggendario dj John Peel si palesa in un clamoroso attestato di stima: il disco entra di diritto nella sua virtuale top 10 dei migliori dischi di sempre. Un lasciapassare ad un sostanzioso air play radiofonico, suffragato dal singolo "Little Britain" che veleggia addirittura nelle parti arti delle classifiche inglesi, guadagnando un posto al sole nella top 20 nazionale. Giunti al sesto album in studio i Dreadzone si re-inventano. La loro miscela di ritmi caraibici, bassi in levare ed incursioni nel mondo dell’hip-hop come in quello dell’elettronica porta alla creazione del tanto chiacchierato "Eye on the Horizon". Svincolatisi dalla distribuzione major con Virgin, il gruppo pubblica per la personale Dubwiser Records un album pazzesco! Riflettendo le nobili origini che li hanno resi delle autentiche star nel circuito delle più innovativi dancehall come nei festival di genere, il disco si aggancia idealmente alle loro migliori pubblicazioni lunghe degli anni ’90, mostrandosi però, per spirito e contenuti, decisamente innovativo. Mai rinunciando ad una prospettiva dance – sempre guidati dalla consciousness e da quel tiro che in gergo si definisce dubwise – i Dreadzone ampliano i loro orizzonti con inserti moderni, che non possono prescindere da sommovimenti così grandi come il drum’n’bass od il dubstep. Tra i gruppi che della contaminazione hanno fatto un manifesto, questi navigati musicisti inglesi sono pronti a riprendersi in mano il mondo dei club e delle big hall programmando per questo 2010 un esteso tour che toccherà a più riprese Francia, Belgio, Olanda, Germania, Austria, Svizzera, Spagna ed il nostro paese.

08/03/10

Javelin - No Más

Javelin - Education! from Bennett Williamson on Vimeo.



Ci siamo, focalizzate l’istante, perchè poi la successione degli eventi potrebbe essere precipitosa e lasciare poco spazio alla riflessione. Non vi presentiamo per dovere di cronaca la next big thing, ma una formazione che con l’abilità maestra dei fuoriclasse ha saputo dribblare ogni fondamento indie-rock, almeno per come si intende ai giorni nostri.
Con una base operativa come Brooklyn la tentazione ad uniformarsi è forte, un abito di moda, uno stilista ed una manciata di canzoni che al pop guardano con lucida follia. E invece no, proprio perché con un lontano mentore come David Byrne – escono pur sempre per Luaka Bop – l’imperativo per i Javelin è osare.

Fortuna vuole che l’ennesimo clone degli Animal Collective è scongiurato, i ragazzi sono immersi in una soave rivisitazione dei luoghi più occidentali della world music (perdonate l’ossimoro), spostando in avanti le lancette del tempo di quei capolavori a nome Remain In Light e Fear Of Music.

Nati come collettivo attorno al 2005, I nostri hanno sempre alimentato un DNA black, quasi un’informazione primordiale che riveste di una luccicante patina dance la loro musica. Elementi disco vintage, astrattismi r&b ed addirittura vocalizzi pop (tra gli ospiti del disco una citazione meritevole per quella Larkin Grimm che abbiamo apprezzato anche su Young God) che rimandano alla meticolosa solarità dei Beach Boys. Sono solo alcune delle intuizioni o degli orizzonti svelati nel disco di debutto No Más, che tra l’altro arriva dopo un coppia di dodici pollici in tiratura limitata per Thrll Jockey.

Con l’Africa ed il sud-America nel cuore i Javelin – rigorosamente caucasici nei tratti – stendono un elegante tappeto ritmico, sul quale snocciolare belle rime, con una tensione che ha davvero poco dei timori post-adolescenziali di molti agitatori del circuito indipendente.

Patiti dei sound system giamaicani ma naturalmente attratti da tutto quello che è arte – dalle numerose gallerie alle occasionali installazioni cittadine – nella Grande Mela i Javelin si pongono sin d’ora come la sensazione pop terzomondista (o globale se preferite) pronta ad invadere le cosiddette airwaves.